Mitologia Greca

a cura di Emanuela


Il mito della creazione Per gli antichi Greci al principio fu il Caos, una massa amorfa da cui provennero Gea, la grande Madre Terra, ed Eros, il più bello fra tutti gli dei immortali, dio dell'amore.Erebo e la Notte,Etere e il Giorno. Eros rappresenta la forza capace di mettere ordine fra gli elementi del Caos in conflitto tra loro, dando ad essi la forma autonoma necessaria per la creazione del mondo.

Gea generò Ponto, cioè il mare, e Urano, il cielo stellato che avvolse la terra, che fece piovere e splendere il sole; la sua forza entrò nelle caverne di Gea, da cui emersero i ciclopi dalla statura colossale e con un solo occhio ,nel mezzo della fronte, i mostruosi centimani con cento braccia e cinquanta teste, e un numero considerevole di titani e titanesse. Questi ultimi, a loro volta, avrebbero generato uno stuolo di dei, dee e altri esseri fantastici, che altro non sono se non personaggi immaginari che rappresentano le diverse forze della natura. Urano però mal sopportava tanti figli e li temeva, così ne confinò alcuni nel Tartaro, una regione sotterranea, tanto al di sotto della crosta terrestre quanto questa è distante dal cielo. I ciclopi andarono a finire sotto l'isola di Vulcano, che sarebbe poi divenuta una delle fucine degli dei, e dove i ciclopi avrebbero appreso a lavorare i metalli. L 'azione di Urano addolorò Gea; essa amava i suoi terribili figli e pregò quindi i titani che restavano di allontanare il Padre Cielo. Lo fece Crono (che i Romani identificarono con Saturno), il più giovane dei suoi figli. Crono, usando un enorme falcetto fatto di selce scheggiata, mutilò senza pietà Urano. Dal sangue che ne scaturì nacquero le furie vendicatrici chiamate Erinni, i giganti, e le ninfe che vennero dette Meliadi, cioè 'frassini'. Il vecchio Urano si ritirò nelle regioni più lontane e solitarie dell'universo, e là pose la sua dimora. .

La nascita di Zeus Crono, sostituito Urano nel dominio dell'universo, sposò Rea, nota più tardi anche sotto il nome di Cibele. Da questa coppia nacquero le maggiori divinità dell'Olimpo greco: le dee Era, Demetra ed Estia e gli dei Ares, Poseidone e Zeus, che i Romani tradussero rispettivamente in Giunone, Cerere, Vesta, Marte, Nettuno e Giove.

A Crono era stato predetto da Urano che anch'egli sarebbe stato spodestato da uno dei suoi figli, e affinche tale destino non si compisse, ingoiava tutti i suoi figli non appena questi venivano alla luce.

Rea riuscì però a salvare Zeus, l'ultimo nato, dando a Crono in sua vece una pietra avvolta in fasce. Crono la inghiottì senza accorgersi dell'inganno, e Rea portò Zeus nell'isola di Creta, dove ebbe per nutrice la capra Amaltea, ritenuta figlia del sole. Così Zeus pote crescere all'insaputa del padre e quando fu abbastan- za forte ricomparve, detronizzò Crono e lo costrinse a rigurgitare i figli precedentemente ingoiati. Zeus liberò anche i figli e le figlie del vecchio Urano, da questi a suo tempo imprigionati nella terra. Ma questi antichi titani, che erano divinità selvagge, non volle- ro sottostare al nuovo ordine e tentarono la scalata dell'Olimpo. Fu la guerra. Una lunga, fragorosa e terrificante mischia che mise i figli di Urano contro quelli di Crono. L'immane conflitto durò dieci anni. Quando Zeus fece salire in suo appoggio dalle profondità della terra i centimani e i ciclopi, con l'aiuto del tuono e del fulmine, riuscì a vincere i titani e li cacciò nel Tartaro.

Tuttavia il suo potere non era ancora sicuro. Gea, dea della terra e madre dei titani, fece un ultimo tentativo per salvare i suoi figli. Mandò Tifeo, il mostruoso gigante con cento teste di drago che vomitavano fuoco, a uccidere Zeus. Ma questi riuscì

a sopraffarlo e a consol idare i I suo potere sugl i dei, i quali dovevano tutti piegarsi alla sua volontà.

Ristabilito così l'ordine, Zeus spartì con i fratelli che lo avevano aiutato il dominio del mondo, riser- vando per se quello del cielo, e imperò sull'Olimpo, somma divinità fra gli dei, e sul destino degli uomi- ni.

L'Olimpo è il più alto massiccio montuoso della Grecia. Sulla sua vetta più ardita, ricoperta di neve e spesso avvolta di nubi che la confondono col cielo, la fantasia degli antichi Greci pose la dimora degli dei. Ancor oggi essa è chiamata Olimpo o Trono di Zeus.

Regina del cielo e legittima moglie del re dell'Olimpo fu la dea Era, raffigurata coi caratteri di una bellezza maestosa e nobile. Ma Zeus amò anche altre

dee- Da tali unioni vennero alla luce numerose divinità, ciascuna delle quali dotata di caratteristiche particolari, che avrebbero avuto il compito di contri- buire al mantenimento dell'ordine, voluto da Zeus, nel mondo degli dei, della natura e degli uomini.

Sono per esempio figlie del Nume Supremo e di differenti dee le Moire, potentissime divinità che presiedevano all'intero corso della vita umana; Perse- fone regina dell'Inferno; le nove Muse, divinità del canto e della danza; i gemelli Apollo e Artemide, ecc.

Vi furono dei che unendosi a mortali divennero capostipiti di famose stirpi di eroi. Anche Zeus, autoritario e incorreggibile infedele, ebbe figli da mortali. Tra gli altri, Dioniso, Eracle e Perseo.

Le infedeltà di Zeus furono motivo di collera per la gelosa e severa Era e scatenarono fra i due furibonde liti che vennero largamente cantate dai poeti. Soltanto il timore che le incuteva l'ira del marito frenava la ribel\ione di Era. Le punizioni di Zeus, infatti, erano terribili: una volta che per protesta Era prese parte a una sommossa degli dei contro Zeus, l'inflessibile coniuge la appese alla volta celeste con una incudine a ciascun piede e la lasciò in quella posizione incomoda fino a che Efesto non la liberò.

Era fu considerata persecutrice irriducibile dei nemici e generosa protettrice di coloro che amava; come moglie legittima di Zeus fu venerata quale protettrice dei matrimoni e invocata dalle spose. Le

erano consacrati, fra gli animali, il pavone, il cuculo e la capra; fra le piante, il melograno. Sue messaggere erano Iris (l'arcobaleno) e le Ore, fiorenti divinità delle stagioni, che accompagnavano danzando il carro del Sole.

La fanciulla rapita Quando Zeus conquistò il dominio dell'universo, assegnò a suo fratello Ades il regno tenebroso dell'oltretomba. Ades divenne perciò il terribile dio dei morti, il giudice inesorabile delle anime. I mortali ne avevano un tale terrore che evitavano persino di pronunciare il suo nome e distoglievano lo sguardo dalla sua immagine quando gli offrivano sacrifici. Pare che nessuna dea lo volesse per marito, ma fu di Persefone che egli s'invaghì.

Persefone era figlia di Zeus e di Demetra, la grande dea che rappresentava per i Greci la forza generatrice della terra; non la forza incontrollata e selvaggia, bensì quella ordinata e regolare, sottoposta a certe leggi e al lavoro dell'uomo. Demetra era infatti una di quelle dee a cui Zeus si unì per assicurare I'organizzazione e la sopravvivenza del mondo. Ad essa, in particolare, spettava la responsabilità di presiedere alla fertilità dei campi e all'abbondanza delle messi; come dea dell'agricoltura vigilava sul lavoro degli uomini, rendendolo più facile con i suoi insegnamen- ti. Ma torniamo ad Ades. Quando il dio degli Inferi chiese a Zeus di concedergli in moglie Persefone, il re

degli dei gli rispose che Demetra non avrebbe per- messo che la figlia risiedesse nel regno tenebroso, perciò gli suggerì di rapirla all'insaputa della madre. E così, in una splendida mattina, mentre la fanciulla coglieva fiori sui prati lussureggianti dell'Etna, in Sicilia, laterra si spalancò e dalla voragine bal~òfuori Ades con i suoi cavalli immortali. Approfittando del fatto che Demetra era lontana, prese Persefone sul suo carro dorato e, senza curarsi del suo pianto disperato, la portò nel regno dell'oscurità. Invano la fanciulla chiamò il padre, il dio supremo: nessuno si mosse in suo aiuto. Zeus non voleva certo che s'impedisse l'azione violenta che avveniva col suo consenso.

Demetra, sconvolta dalla disperazione per l'improvvisa scomparsa della figlia, la cercò per tutta la terra. Per 9 giorni e 9 notti, senza riposare e senza prendere cibo o bevanda, chiese di lei, ma nessuno volle dirle la verità; finche, il decimo giorno, si fermò davanti al carro del Sole e interrogò Elios.

«Tu che sei l'osservatore degli dei e degli uomini, dimmi chi ha rapito mia figlia».

«Ho compassione del tuo dolore di madre, e te lo dirò. Essa è stata rapita da Ades col consenso di Zeus. Nessun altro degli' dei immortali è colpevole. Ma tu, dea, cessa di lamentarti: in Ades tu non hai acquistato un genero indegno. Dove dimora, egli è re, ed è onorato» .

Detto questo, Elios spronò i suoi cavalli che, veloci

come uccelli, ripresero a tirare il carro. Sdegnata contro Zeus e contro gl i dei che non avevano impedito il ratto, Demetra si appartò in una regione lontana dall'Olimpo, a rimpiangere sua figlia.

La disperazione della dea rese arida la terra. Inutilmente gli uomini aravano i campi e facevano cadere i semi fra le zolle: la terra non dava più frutti .

Vi fu una terribile carestia. Zeus, vedendo che i mortali morivano di fame e gli dei non ricevevano più sacrifici, mandò Iris, l'amabile messaggera dalle ali d'oro, a richiamare Demetra. Iris la trovò avvolta in una veste scura, la scongiurò di tornare, ma inutilmente. Zeus mandò dalla dea tutti gli altri dei beati, uno dopo l'altro, con splendidi doni, ma nessuno riuscì a dissuadere Demetra dai suoi propositi.

«Non rimetterò piede nell'Olimpo» ella disse «e la terra non darà frutti prima ch'io abbia rivisto mia figlia».

Allora, per salvare la vita su Ila terra, Zeus fu costretto a venire a patti con lei: avrebbe chiesto a Ades di lasciare libera Persefone a patto che essa fosse rimasta digiuna; in caso contrario, Ades avrebbe concesso alla fanciulla di passare presso la madre una parte dell'anno. La questione del digiuno, come vedremo, era importante.

Messaggero nel buio degli Inferi fu Ermes, colui al quale Zeus affidava le incombenze più difficili. Anche questa volta l'astutissimo nume condusse

felicemente a termine l'incarico. Ades acconsentì a lasciar tornare Persefone dalla madre, ma prima le fece mangiare un chicco di melograno dolce come il miele, simbolo delle nozze. Poi la fece salire sul carro dorato e affidò a Ermes le redihi e la frusta. Guidati da Ermes, i cavalli immortali di Ades lasciarono le profondità sotterranee e giunsero là dove Demetra aspettava. Persefone lasciò il carro e corse dalla madre, che la abbracciò teneramente e volle subito sapere se la figlia, presso Ades, avesse mangiato qualche alimento. Naturalmente ne ebbe risposta affermativa, e così seppe che Persefone, per aver assaggiato il cibo del regno dei morti, era ormai sposa di Ades.

Questa volta Zeus inviò Rea, sua madre, come messaggera dalle dee Demetra e Persefone: promise che per metà dell'anno, cioè durante la primavera e l'estate, Persefone sarebbe rimasta sulla Terra con Demetra e per l'altra metà {siccome aveva mangiato il chicco di melograno) col marito, nel regno dell'oltre- tomba.

Rea, scesa dall'Olimpo, andò a riferire a Demetra ciò che Zeus aveva promesso e la pregò di permettere al grano, donatore di vita, di crescere di nuovo. Demetra finalmente acconsentì e la vasta terra si riempì d'ogni specie di erbe e di fiori.

Da allora ogni anno, a primavera, comparve sul suolo la vegetazione, per sparire poi durante l'inver- no, come morta, mentre Persefone viveva nel regno sotterraneo. E evidente che il mito riflette il ciclo delle stagioni, che ogni anno si rinnova.

Come moglie di Ades e regina degli Inferi, Persefone regnò su tutti gli esseri viventi ed ebbe il massimo onore fra gli dei e i mortali.

 Pallade Atena

In origine Atena era lo stesso fulmine brandito dal re degli dei, nata nel cielo tempestoso, fra lampi e tuoni. Ma il mito più diffuso narra che Atena era figlia di Zeus e di Metide e che nacque in modo del tutto singolare. Zeus aveva preso per sua prima moglie Metide, una dea estremamente saggia, la più sapiente fra tutti gli dei e gli uomini. Suo figlio, secondo una profezia, sarebbe diventato più grande dello stesso Zeus, purche fosse nato in modo normale. Zeus credeva a questa profezia e la temeva, ben sapendo com'egli avesse detronizzato suo padre Crono e come questi, a sua volta, avesse allontanato suo padre Urano. Non volendo perciò che Metide partorisse qualcuno più forte di lui, qualcuno insomma che potesse sopraffarlo, ricorse all'inganno: suggerì alla moglie una gara che provasse chi di loro due riusciva ad assumere la forma più piccola e quando Metide, provando per prima, si trasformò in una mosca, l'astuto Zeus immediatamente la afferrò, se la mise in bocca e la inghiottì.

Nelle viscere di Zeus si concluse così l'esistenza individuale di Metide, ma non la sua saggezza immortale, che non poteva perire. Più tardi Zeus scontò il suo inganno: fu colto da una tremenda emicrania che lo fece quasi impazzire. Non sopportando i dolori lancinanti e continui, mandò a chiamare il fabbro Efesto.

«Assestami un bel colpo e spaccami la testa in due» gli disse.

Efesto tergiversò. «Mi credi pazzo. Comandami qualche altra cosa più assennata».

«Lo so io quello che bisogna fare. Sbrigati se non vuoi vedermi infuriato. I dolori mi sconvolgono il cervello. Colpisci con tutta la tua forza. Coraggio!».

Allora Efesto lo colpì sul cranio con una doppia ascia. Ed ecco che dalla testa del Nume Supremo balzò fuori Pallade Atena, con un grido di guerra che fece rabbrividire il cielo e la terra. La dea era tutta vestita d'oro, brandiva una lancia acuminata e uno scudo sfolgorante.

Nel vedere la fanciulla divina con tali armi, tutti gli dei immortali rimasero atterriti; l'Olimpo tremò e il mare si gonfiò furiosamente, sollevando onde purpu- ree. Soltanto Zeus non si preoccupò: nulla egli poteva temere, perche la figlia non era nata nel solito modo.

Infatti, la nuova dea della saggezza si spogliò delle armi e le depose ai piedi del padre.

Da quel momento Atena fu la figlia prediletta di Zeus; a sua volta essa lo aiutò e 10 sostenne validamente in tutte le sue imprese.

Atena fu considerata dea della guerra ordinata, contrapposta al dio Ares che era invece la personificazione della guerra indiscriminata e violenta. Accanto al valore guerriero, Pallade Atena rappresentò la saggezza e la prudenza; protesse gli eroi, le arti, i lavori femminili, le opere di pace, dell'agricoltura e dell'industria. Inaugurò, se così si può dire, una nuova epoca della cultura greca. Ad essa vennero attribuite molte invenzioni utili all'uomo.

I Romani la identificarono con Minerva.

Il ragazzo chiamato Fetonte

Elios era per i Greci la personificazione dell'astro solare, fratello di Selene (la Luna) e di Eos (I' Aurora). Aveva il volto splendente, una corona di raggi abbaglianti intorno al capo e la veste leggera scintillante nel vento. Ogni mattina, quando Eos tingeva di rosa il cielo e le stelle impallidivano rifugiandosi nel grembo della notte, si spalancavano le porte della sua reggia ed egli appariva sul carro d'oro, tirato da cavalli vomitanti fuoco: il dio del Sole si accingeva a percorrere la volta celeste da Oriente a Occidente. Il suo viaggio quotidiano terminava al tramonto, nel giardino delle Esperidi. Qui giunto, Elios saliva su una grande coppa alata. Questo veicolo portava sulla superficie dell'acqua, a velocità vertiginosa, il dio addormentato; lo riconduceva nella sua splendida dimora situata in Oriente, nel paese degli Etiopi dove, ali' avvicinarsi dell' Aurora, sarebbero stati nuova- mente pronti per lui, infaticabile auriga, il carro veloce e i focosi destrieri .

Avere un padre così importante, dio generatore e saggio, era motivo di immenso orgoglio per il figlio di Elios, un ragazzo chiamato Fetonte (che significa 'splendente'). Egli se ne vantava con gli amici, ma questi non erano disposti a credergli; uno, anzi, un giorno lo insultò. «Stolto, tu immagini un padre non vero, e ti gonfi di ingiustificata ambizione».

«Se non mi credi» rispose Fetonte «chiedilo a Climene, mia madre. Lei te lo confermerà».

«Tu credi a tutto ciò? Povero illuso!» «Giuro che te lo proverò» tagliò corto Fetonte «domani guiderò il carro di mio padre>>.

Fetonte andò così al palazzo del Sole e quando il dio luminoso rientrò dal suo viaggio quotidiano gli chiese il permesso di guidare per un sol giorno i cavalli del Sole.

«Mi chiedi una cosa non adatta alla tua età e alle tue forze» obiettò il padre.

« Ti prego, per una volta soltanto. ..Devo provare che sono veramente tuo figlio».

«Appunto perche sei mio figlio tremo d'angoscia al pensiero del male che potrebbe derivartene».

Ma il ragazzo si ostinò talmente nella sua richiesta che alla fine il padre cedette, e l'indomani Fetonte balzò sul carro infuocato. Elios, sempre temendo per I'incolumità del ragazzo, sospirando gli raccomandò: «Segui almeno i miei consigli: risparmia la sferza, e tieni invece ben salde le redini».

I destrieri alati, frementi e fiammeggianti, scalpitarono nell' aria. Ma non tardarono molto ad accorgersi che la mano del guidatore era debole; subito ne approfittarono per lanciarsi ad un galoppo sfrenato e uscirono dal percorso consueto. Fetonte non cono- sceva il giusto cammino, ma neppure conoscenqolo avrebbe saputo trattenere i focosi cavali i, così si avvicinò troppo alla terra, ora alzandosi ora abbas- sandosi, e per poco non la incendiò. Causò comun- que disastrose rovine, solcando il cielo con strisce di cenere e inaridendo la terra. Allora Zeus, perche non andasse distrutto l'universo, scagliò un fulmine contro Fetonte, che precipitò nell'Eridano, il favoloso fiume, generalmente identificato col Po.

Presso il fiume accorsero le sorelle dell'infelice ragazzo, le Eliadi, e ne piansero la morte così a lungo che gli dei le trasformarono in pioppi.

Prometeo, portatore del fuoco

Sulla comparsa dell'uomo nel mondo, la mitologia greca ci dà diverse versioni.

Una di queste narra che il primo uomo sorse direttamente dalla Madre Terra, che risultava così madre comune degli dei e degli uomini.

Aveva nome Pelasgo, e avrebbe poi dato origine alla stirpe dei Pelasgi, una stirpe di maschi, primordiali abitatori della Grecia. Dapprima gli uomini vissero felici: la terra produceva spontaneamente e abbondantemente i suoi frutti, e l'umanità ne godeva, vivendo senza fatica e senza vecchiaia, libera da ogni male. Poi, con la seconda generazione, gli uomini conobbero il male e divennero esseri imperfetti, deboli, bisognosi di aiuto. È a questo punto che s'inserisce nella mitologia il mito tragico ed eroico di Prometeo.

Prometeo era un titano. Si era schierato volontarialmente al fianco di Zeus nella famosa guerra dei titani, tuttavia era insofferente del nuovo ordine olimpico

perche Zeus, non appena si era seduto sul trono I paterno, aveva assegnato agli dei i loro privilegi, a chi I questo, a chi quello, stabilendo così il suo regno, ma I nessun pensiero aveva avuto per gli infelici mortali. Per questi ultimi, invece, Prometeo nutriva un grande senso di amicizia, e desideroso di favorirli rubò il fuoco a Zeus per donarlo agli uomini.

Prometeo, si raccontava, giunse di nascosto al focolare di Zeus sulla sommità dell'Olimpo, prese e nascose una scintilla nel ramo cavo di un arbusto e, agitandolo nell'aria affinche il fuoco non si spegnes- se, corse soddisfatto fra gli uomini. Si raccontava pure, in un'altra versione, che Prometeo avesse raggiunto addirittura il sole e avesse acceso la sua fiaccola alla ruota solare.

Il fuoco è il simbolo del sapere umano. Quando il grande titano lo donò agli uomini, essi uscirono dalle caverne entro cui stavano rintanati come formiche, divennero temerari e rivaleggiarono con gli dei. Ciò provocò l'ira terribile di Zeus che li minacciò di distruzione e li punì inviando loro un male «di cui» disse «gioiranno circondando d'amore ciò che costi- tuirà la loro disgrazia».

Insomma mandò sulla terra la prima donna. In effetti essa, col gesto della mano, disseminò il mondo di mali, ma sia ben chiaro che la colpa non fu tutta sua: a guidarle la mano fu il Fato e il volere di Zeus. Come ciò avvenne lo vedremo in seguito. In quanto a Prometeo, per aver dato il fuoco agli uomini, venne incatenato a una rupe nei monti della Scizia, dove ogni giorno un'aquila gli rodeva il fegato che sempre si rinnovava nella notte.

Prometeo sopportò per tantissimi anni la sofferenza atroce, finche si decise a rivelare a Zeus una predizione delle Moire che lui solo conosceva e cioè che 'se il re degli dei si fosse unito a Teti, gli sarebbe nato un figlio che lo avrebbe privato del trono'.

Zeus pote così evitare l'unione funesta e, grato a Prometeo per averlo informato del segreto, lo perdonò.

Eracle, per volere di Zeus, abbatte l'aquila torturatrice e sciolse dalle catene il titano benefico.

(altre versioni dicono che Chirone,il centauro,altro filantropo,si sostituì a Prometeo per porre fine alle propprie sofferenze dopochè fu colpito da una freccia avvelenata)

Il vaso di Pandora

Ecco come Zeus punì gli uomini per aver ottenuto il fuoco da Prometeo: impose a Efesto, il celebre fabbro divino, di mescolare un po' di terra e acqua e di formare una fanciulla simile nell'aspetto alle dee immortali. Ad essa, per volere di Zeus, Atena fece dono della sapienza e dell'abilità nel lavoro; Afrodite le donò la civetteria e il fascino; Ermes la rese scaltra e loquace. E chi la ornò con ricche vesti, chi la inghirlandò con fiori primaverili... Comparve così la prima donna e fu chiamata Pandora, che vuoi dire 'tutti-doni'. Zeus la affidò a Ermes, il messaggero degli dei, perche la offrisse in sposa a Epimeteo, fratello di Prometeo.

L'affascinante creatura recava con se, come regalo di nozze di Zeus, un vaso ermeticamente chiuso.

È da ricordare che i due titani fratelli, Prometeo e Epimeteo, erano molto diversi l'uno dall'altro: il primo era astuto e aveva il dono di prevedere il futuro, mentre Epimeteo, lo sprovveduto, aveva la disgrazia di vedere in ritardo il passato. Così Epime- teo non si preoccupò di ciò che Prometeo una volta gli aveva detto, cioè di non accettare alcun regalo da parte di Zeus, bensì di rimandargli tutto, affinche nessun male ne derivasse ai mortali. Quando vide la bella ragazza non ci pensò due volte; malaccorto com'era la accettò e con lei accettò il vaso ch'essa portava in dote. E proprio qui stava l'insidia di Zeus.

Ermes, che oltre ad essere il messaggero degli dei era tra l'altro anche il protettore dei ladri e degli imbroglioni, aveva raccomandato alla ragazza di 'non aprire il vaso per alcun motivo'. Sapeva benissimo che la donna, cedendo alla curiosità, avrebbe disobbedito.

Infatti così avvenne e, appena tolto il coperchio, dal vaso balzarono fuori tutti i mali.

Volarono via come uno sciame innumerevole, ad eccezione della timida speranza che era rimasta sotto l'orlo del vaso. Su di essa Pandora depose il pesante coperchio.

A questo punto Zeus tirò un sospiro di sollievo: aveva temuto che i mortali, grazie all'amicizia di Prometeo, diventassero troppo forti e ricchi d'ingegno e potessero uguagliare gli dei .

Da allora, i mali circolarono per ogni dove, fin negli angoli più remoti della Terra, e colpirono gli uomini giungendo di giorno e di notte, inattesi e muti, perche Zeus astuto aveva negato loro la voce. Da quel momento gli uomini conobbero tutte le miserie morali e materiali. Si compì così la netta distinzione fra uomini mortali e dei immortali. Gli uomini, ormai, erano diventati creature imperfette.

Perseo

Un giorno l'oracolo di Delfi predisse ad Acrisio, re di Argo, che un suo nipote sarebbe stato causa della sua morte. Perciò, affinche Dànae, la sua unica figlia, non potesse avere bambini, Acrisio la fece rinchiudere in una stanza di bronzo sotterranea nel cortile interno della reggia. Ma Zeus si invaghì di Dànae, la raggiunse sotto forma di pioggia d'oro, si trasformò in signoredegli dei, e la prigione divennecamera nuziale.

A suo tempo Dànae diede alla luce il figlio di Zeus, lo chiamò Perseo, e con l'aiuto della vecchia nutrice lo allevò segretamente.

Perseo aveva pochi anni quando il re Acrisio, dal cortile del suo palazzo, udì provenire dal profondo la voce di un bimbo che giocava. Infuriato fece uscire Dànae dalla tomba di bronzo e condannò a morte la nutrice, la sola che, per nutrire la fanciulla, poteva comunicare con l'esterno; poi, davanti a un altare dedicato a Zeus, obbligò la figlia a confessare chi era il padre del bambino.

«Zeus» rispose Dànae, ma non fu creduta. Così venne rinchiusa in una cassa insieme col figlio e abbandonata in mare.

l due, destinati a morire, vagarono a lungo sui flutti. Ma la volontà di Zeus li volle salvi e la cassa giunse presso l'isola di Serifo, dove venne tirata a riva da un pescatore di nome Dictis, fratello di Polidette, re del luogo.

In seguito, Polidette s'innamorò di Dànae e la chiese in sposa, ma essa rifiutò. Respinto, Poi i dette si vendicò facendo Dànae sua schiava.

Col passar del tempo Perseo diventò un giovane forte e intrepido. Poi i dette, temendo che potesse vendicarsi per il trattamento ch'egli aveva inflitto a Dànae, decise di sbarazzarsi di lui e lo mandò alla conquista della testa della Medusa, la più mostruosa delle tre Gorgoni.

L'antro delle Gorgoni

Le Gorgoni erano esseri femminili con un groviglio di serpentelli sibilanti per capelli, denti simili a zanne di cinghiale, artigli di leone alle mani e ai piedi, che erano di bronzo, ali d'oro sul dorso. Due di esse erano immortali; la terza, Medusa, era invece soggetta alla morte. I suoi occhi avevano l'orribile potere di trasformare in pietra chiunque li fissasse. Proprio a questo pensò Polidette quando affidò l'impossibile impresa al figlio di Dànae. "

Perseo si recò sulla punta estrema dell'isola per invocare gli dei. Ed ecco che Ermes e Atena vennero in suo aiuto: il primo gli donò una spada, Atena uno scudo lucente. Dietro loro suggerimento Perseo si recò poi dalle Naiadi, benevole ninfe delle sorgenti, che oltre a indicargli il modo di arrivare a Medusa, gli diedero tre oggetti indispensabili per affrontare l'impresa: i calzari alati, I'elmo che rende invisibili e la sacca per mettervi la testa della Gorgone.

Così equipaggiato, il figlio di Dànae si allontanò rapidamente attraverso l'aria; passò il mare e l'oceano e arrivò ai confini del mondo, vicino al giardino delle Esperidi, dove comincia il regno della Notte. Lì abitavano le Gorgoni. Il paesaggio era cupo, boscoso e pieno di rocce, privo di strade. A guardia del luogo c'erano le Graie, due dee dal corpo di cigno, brutte e vecchissime, che avevano un sol dente e un solo occhio in comune fra loro due, perciò facevano da sentinella a turno. Ogni volta che il turno cambiava, il dente e l'occhio passavano dalla mano dell'una a quella dell'altra. Siccome l'Eroe sapeva che soltanto le Graie potevano indicargli la dimora delle Gorgoni, per ottenere il loro aiuto aspettò, reso invisibile dall'elmo, che avvenisse il cambio della guardia: nel momento in cui l'occhio passava da una mano all'altra, le vecchie rimasero cieche tutte e due e Perseo ne approfittò per strappar loro l'occhio. Per riaverlo, le Graie dovettero indicargli l'antro della Medusa. La difficoltà consisteva ora nell'ucciderla senza essere pietrificato dal suo sguardo. Ed ecco cosa fece Perseo dopo essersi accostato cautamente alla caverna: avvantaggiato dal fatto che il sonno intorpidiva le Gorgoni e i loro serpenti, si avvicinò lentamente a Medusa camminando col capo rivolto all'indietro, in modo da sfuggire al suo sguardo qualora si fosse svegliata.

La dea Atena guidò i suoi movimenti mostrandogli nello scudo lucente, come in uno specchio, la testa di Medusa, finche egli potè vibrare un colpo possente con la spada, antica arma dei titani, dono di Ermes. Dal corpo decapitato balzò fuori Pegaso, il mitico cavallo alato. L'eroe nascose la testa di Medusa nella sacca, poi balzò sul cavallo Pegaso e fuggì rapido come il pensiero, inutilmente inseguito dalle due sorelle di Medusa che nel frattempo si erano svegliate.

Il disco fatale Sempre in groppa al magico Pegaso e con la testa di Medusa nel sacco, Perseo arrivò in Mauritania, Da lì, volando verso sud, capitò sopra il paese degli Etiopi. Dall'alto vide una bella ragazza incatenata ad uno scoglio. La poverina fissava terrorizzata un mostro con la testa di cinghiale, che emergeva lentamente dal mare con l'evidente proposito di divorarla: la fanciulla era Andromeda, la dolce figlia dei sovrani d'Etiopia.

Era accaduto che la regina di quel paese, la superba Cassiopea, si era vantata proclamando che la bellezza di Andromeda era superiore a quella delle Nereidi, figlie di Poseidone dio del mare. Offesissime, le Nereidi avevano chiesto al padre di vendicarle ed egli, per accontentarle, aveva dapprima inondato l'Etiopia, seminando rovine per tutto il paese, poi aveva mandato un mostro marino che divorava uomini e animali. L'oracolo, interrogato, aveva rispo- sto che, per porre fine al flagello, bisognava offrire Andromeda in pasto al mostro, legandola a uno scoglio. Perseo arrivò appena in tempo: scese in picchiata, combatte contro il mostro e lo fece sprofondare per sempre negli abissi marini da dove era venuto.

Quando l'Eroe liberò la ragazza dalle catene ne era già innamorato. La conquistò e la sposò, poi la portò a Serifo attraverso l' aria, coi suoi calzari alati e portando a penzoloni sulle spalle il sacco con la testa di Medusa. A Serifo nessuno voleva credere che Perseo avesse portato a termine l'impresa per la quale era partito e meno d i tutti i l re Poi idette. Costu i fece riunire il popolo per accusare pubblicamente Perseo di inganno. L 'Eroe comparve davanti al popolo con- vocato (e meno male che solo una parte di esso era presente), aprì la sacca e brandendo la testa della Gorgone la mostrò come prova. Tutti fissarono gli occhi di Medusa (che non avevano perduto il loro potere) e furono tramutati in pietre. Da quel momento Serifo divenne l'isola più rocciosa dell'arcipelago. Perseo liberò finalmente Dànae dalla schiavitù e consacrò la testa di Medusa alla dea Atena, poi restituì alle Naiadi la sacca, i calzari alati e I'elmo che l'aveva reso invisibile.

Dictis, il pescatore, diventò re di Serifo. Perseo abbandonò l'isola e con la moglie e la madre tornò ad

Argo, nella terra dei suoi avi. Qui non regnava più Acrisio: temendo di venir ucciso dal nipote aveva lasciato il trono al fratello Preto e si era rifugiato nella fortezza di larissa.

Perseo dimenticò che il nonno aveva tentato di farlo morire e volle riconciliarsi con lui affinche ritornasse a regnare su Argo. lo raggiunse a larissa, dove si fece una festa di pace. Durante la festa tutti i giovani di larissa si esibirono nel gioco del disco.

Perseo non pote rifiutarsi di prendervi parte: prese in mano il disco e lo scagliò; il disco volò per l'aria e fatalmente andò a colpire il piede di Acrisio. Soltanto il piede, ma la ferita fu mortale. Così la predizione si compì: il nonno morì per mano del nipote.

Addolorato per l'involontario delitto, Perseo non volle succedere ad Acrisio sul trono di Argo, perciò lo scambiò con quello di Tirinto che apparteneva a suo cugino Megapente. Trasferitosi a Tirinto, fondò una nuova città dalle fortezze rocciose, chiamata Micene. Visse felice con Andromeda dalla quale ebbe numerosi figli, diventando così il progenitore di una grande famiglia di re e eroi: la famiglia dei Perseidi della stirpe di Zeus. Il primo dei suoi figli, Perse, divenne a sua volta capostipite di re persiani; il suo nipote più famoso fu Eracle. Dopo la sua morte i Micenei lo venerarono come il loro eroe fondatore. Perseo e Andromeda continuarono a essere vicini anche dopo la morte: nella volta celeste, sotto forma di costellazioni.

Eracle, eroe divino

Si dice che la notte in cui Eracle entrò nella vita terrena, la luna sorse tre volte. Egli visse poco prima della guerra di Troia e forse fu il più famoso e il più popolare degli eroi greci. Ufficialmente era figlio di Anfitrione e Alcmena, entrambi discendenti dai figli dei figli di Perseo, ma il mito narra che in realtà fu il frutto dell'unione fra Alcmena e Zeus. Il dio si era sostituito a Anfitrione, assumendone l'aspetto.

Un giorno Zeus, alludendo alla nascita di Eracle, annunciò agli dei riuniti a congresso: «Oggi, sulla terra, verrà alla luce un uomo della mia stirpe destinato a regnare sulle città di Argo e Micene».

Qualcuno ovviamente mormorò che il vero padre di questa creatura era Zeus e ciò scatenò la gelosia furibonda di Era, la quale astutamente disse al marito: «Sei pronto a giurare che l'uomo della tua stirpe che nascerà oggi per primo regnerà davvero sulle città di Argo e Micene?» .

Il re degli dei giurò. Allora Era lasciò la vetta dell'Olimpo, raggiunse velocemente la città di Argo e, in odio a Eracle, frutto del tradimento del marito, fece in modo di ritardarne la nascita, affrettando invece quella di Euristeo, cugino di Eracle, anch'egli della stirpe di Zeus. Dopo di che tornò da Zeus e gli annunciò che era nato l'uomo che avrebbe regnato sugli Argivi.

Inutilmente il re degli dei si arrabbiò; non potendo prendersela con sua moglie e tantomeno ritirare il giuramento, afferrò per i capelli Ate, dea dell'illusio- ne, e la scagliò giù dall'Olimpo, fra gli uomini.

Fu dunque Euristeo, perche nato prima, ad avere la signoria sulle città di Argo e Micene. Riguardo a Eracle, Zeus e Era infine si accordarono: doveva servire il debole Euristeo compiendo per lui dodici

fatiche, dopo di che avrebbe ottenuto l'immortalità come premio delle sue gesta.

Zeus credeva così di aver risolto la faccenda, ma Era, insoddisfatta, introdusse nella camera di Eracle due grossi serpenti affinche lo strozzassero. Il bambi- no, che aveva allora dieci mesi, li afferrò e li uccise, manifestando per la prima volta la sua forza poderosa. Eracle crebbe sempre più robusto. Il fuoco dei suoi occhi rivelava il suo carattere divino. Divenne

infallibile nel tiro dell'arco e nel gettare la lancia. Molti maestri lo istruivano nelle scienze e lo addestravano al combattimento e nella musica, ma per quest'ultima il futuro Eroe aveva poca disposizione e la sua natura selvaggia lo portò, in un impeto d'ira, a fracassare con la lira la testa del maestro che aveva osato punirlo. Per questo misfatto Il padre Anfitrione lo mandò a sorvegliare le greggi sul monte Citerone, ingiungendogli di restarci fino al diciottesimo anno. In quei luoghi l'Eroe compì diverse imprese tra cui l'uccisione di un leone che si aggirava nella zona predando gli armenti. Per affrontarlo, Eracle sradicò dal suolo un olivo selvatico, e pare sia stata questa la sua prima clava.

All'età di diciotto anni, mentre rientrava in patria, incontrò i messaggeri del re dei Mini che si recavano a Tebe per esigere l'annuale tributo di cento buoi. Non si sa cosa accadde; si sa solo come finì: Eracle tagliò loro il naso e le orecchie, glieli appese intorno al collo, e rimandò i messi al loro paese. Per avere liberato Tebe dall'esoso tributo, il re di questa città gli diede in moglie la figlia Megara. Poi arrivò il giorno in cui Eracle fu chiamato da Euristeo al suo servizio. l'Eroe, conscio della propria discendenza divina, ritenne insultante la richiesta del cugino; ad ogni modo consultò l'oracolo per sapere se doveva ubbi- dire. Avutane risposta affermativa, fu tale la sua rabbia che venne colto da una crisi di pazzia, durante la quale uccise moglie e figli. Dopo lo sterminio rinsavì, ma dovette scontare il suo crimine sottomettendosi per dodici anni a Euristeo. Costui non solo temeva il cugino per la sua forza, ma lo odiava, e siccome era debole e vile, sperava di farlo morire senza ammazzarlo personalmente. Gli impose perciò le famose dodici fatiche cui accenneremo fra breve. Una per ogni anno. Non bisogna però credere che Eracle le abbia portate a termine facilmente. Per ciascuna di esse l'Eroe dovette affrontare un'infinità di altre fatiche, di agguati, di lotte e di avventure che sarebbe troppo lungo descrivere.

Si diceva che il debole Euristeo, sempre più spaventato per la forza del cugino, avesse fatto mettere sotto terra un recipiente di bronzo, dentro il quale strisciava ogni volta che si avvicinava Eracle, comunicando con lui soltanto per mezzo del suo araldo Copreo. Pagato il suo debito con le dodici fatiche, Eracle fu liberato da ogni schiavitù. Continuò la sua esistenza terrena, che fu lunga e piena di imprese e di drammi finche, finalmente, Zeus lo portò sull'Olimpo e gli concesse l'immortalità. Così glorificato, fu venerato non solo dai Tebani, orgogliosi che fosse nato fra loro, ma in tutta la Grecia. Molti Greci però separavano il dio dall'Eroe come se fossero due diverse persone, perciò praticavano in suo onore il doppio sacrificio: alla sera gli bruciavano un capretto come si conveniva ad un eroe, e al mattino seguente scan~avano in suo onore un toro, come spettava a un dio.

Le dodici fatiche

Il leone di Nemea imperversava per tutta la regione compiendo ogni sorta di distruzioni. Nessuna arma poteva ferirlo perche la sua pelle era invulnerabile. Abitava una tana lunghissima còn due ingressi. Eracle ne bloccò uno. Per fare ciò e per raggiungere la profondità dove dimorava il mostro gli ci vollero trenta giorni; poi combatte l'animale lottando contro di lui e lo soffocò stringendolo fra le braccia. Quindi gli tolse la pelle e si ricoprì con essa la testa e il dorso.

L'idra di Lerna era un gigantesco serpente cresciuto nelle paludi ai confini con la città di Argo. Aveva nove teste, di cui una immortale. Razziava le greggi, saccheggiava il paese e uccideva gli uomini. Per stanare I'idra, Eracle scoccò nella sua caverna dardi infuocati; appena essa apparve strisciando la attaccò, ma per ogni testa tagliata ne ricrescevano altre due. L'Eroe ebbe bisogno di un aiutante per farla finita col mostro: chiamò il suo nipote tebano lolao, che bruciò le ferite del serpente con tizzoni ardenti affinche non ricrescessero nuove teste. Allora Eracle pote recidere anche la testa immortale e la seppellì sotto un macigno.

La cerva di Cerinea aveva corna d'oro ed era veloce come il vento. Eracle la inseguì attraverso tutta l' Arcadia selvaggia e poi sempre più lontano. Non poteva colpirla con una freccia, cosa facile per lui che era un valente arciere, perche Euristeo gli aveva imposto di catturarla viva. La inseguì per un anno senza raggiungerla, finche arrivò nel paese degli Iperborei, dov'era il confine delle terre conosciute. Qui, mentre la cerva si accingeva ad attraversare a nuoto il fiume per passare nell'aldilà, Eracle se ne impadronì e la portò, viva, a Micene.

Il cinghiale di Erimanto era una bestia furiosa che distruggeva i campi dei contadini. Sarebbe stato sufficiente che Eracle lo uccidesse, invece doveva catturarlo vivo come gli aveva ordinato Euristeo. L'Eroe salì sul monte Erimanto e seguendo le orme del cinghiale riuscì a stanarlo, lo spinse sulle alture ricoperte di neve, poi lo catturò con un laccio, se lo caricò sulle spalle e 10 portò vivo ad Euristeo. Quando Eracle giunse davanti alla reggia, il re, morto di paura al solo vedere da lontano il cinghiale, era già strisciato dentro il vaso di bronzo interrato.

Gli uccelli del lago Stinfalo erano così numerosi che quando volavano oscuravano il cielo. Avevano rostri e artigli affilati e penne dure e acuminate dei quali si servivano per colpire i viandanti, dei quali poi divoravano le carni. Eracle salì su un'altura e, con delle nacchere di bronzo, fece tanto rumore che gli orrendi volatili uscirono tutti dalla foresta intorno al lago. Allora l'Eroe li abbatte a uno a uno con le sue frecce infallibili. I pochi superstiti fuggirono nell'isola di Ares, nel mar Nero, che divenne la loro dimora.

Sulla costa occidentale del Peloponneso regnava Augia, padrone di una sterminata quantità di armenti. Lo sterco delle vacche non veniva mai rimosso e si accumulava a montagne nelle stalle del re, appestan- do l'intero paese. Euristeo ordinò a Eracle di togliere tutto il letame in un sol giorno. L 'Eroe cominciò a lavorare di slancio con scopa e badile, ma ben presto comprese che non sarebbe mai riuscito a compiere quel lavoro in un solo giorno; allora deviò il fiume Peneo, facendo passare le sue acque attraverso le stalle del re, che vennero così pulite perfettamente.

Admeta, figlia di Euristeo, desiderava la cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni. Perciò Eracle fu mandato nel Ponto, paese dell'Asia Minore sul mar/Nero, dove vivevano le Amazzoni, donne guerriere. Eracle si accinse a questa impresa con una schiera di eroi. Le Amazzoni non erano avverse agli uomini, e Ippolita sarebbe stata disposta a dare a Eracle la sua cintura, ma la dea Era, che perseguitava ancora Eracle col suo odio, destò nelle Amazzoni atroci sospetti contro l'Eroe. Ciò scantenò la guerra fra eroi e Amazzoni; Eracle uccise la regina e tolse a Ippolita, morta, la cintura, che portò a Euristeo.

Gerione era un discendente di Medusa. Aveva tre corpi dalla cintola in su e sei braccia. Il suo grido di guerra equivaleva a quello di diecimila guerrieri. Possedeva numerosi e ben nutriti buoi dal pelame rosso scarlatto, custoditi nell'isola Eritia, ai confini delle terre occidentali conosciute. Per raggiungere l'isola, Eracle si servì di una navicella che ottenne in prestito dal dio del Sole. Là giunto lottò contro Gerione, che era armato di tre lance e di tre scudi, lo uccise e, presi con se gli armenti, li portò a Euristeo superando anche le numerose insidie che incontrò sulla via del ritorno.

Nella Tracia regnava il crudele Diomede. Egli possedeva le cavalle selvagge della Morte; le teneva legate con catene di ferro a una mangiatoia di bronzo e le nutriva con carne umana.

Euristeo ordinò a Eracle di impadronirsene e di portarle a Micene. L'Eroe s'imbarcò per la Tracia, raggiunse Diomede, lo affrontò e lo uccise. Poi domò le cavalle selvagge dando loro i n pasto i l cadavere del loro padrone, quindi le legò e le portò con se a Micene, dove Euristeo le consacrò alla dea Era.

Il re di Creta, Minosse, promise al dio Poseidone di sacrificargli tutto quello che dal mare fosse giunto a Creta, ma non mantenne la promessa quando, dalle onde, emerse un meraviglioso toro bianco: era così bello e poderoso che Minosse lo mandò tra i suoi armenti, sacrificando in sua vece un altro toro. Sde~nato, Poseidone rese l'animale furioso; Euristeo mandò a Creta l'Eroe per catturarlo, ed Eracle, immo- bilizzato il toro, lo stordì con la clava, poi se lo caricò sulle spalle e 10 portò a Micene riattraversando il mare a nuoto. Il toro, rimesso in libertà, vagò per il Peloponneso, arrivando infine, attraverso l'Istmo, a Maratona, dove Teseo lo prese e 10 sacrificò al dio Apollo.

Le mele d'oro che Era aveva ricevuto in dono da Gea in occasione delle sue nozze con Zeus, erano custodite in un giardino affidato alle Esperidi e al drago Ladone. Euristeo ordinò a Eracle di portargli tre di quei frutti. Ma nessun mortale era mai riuscito a trovare la via per giungere al meraviglioso giardino. Il viaggio di Eracle fu drammatico; nel suo lungo peregrinare giunse infine nel Caucaso, dove liberò Prometeo, che gli insegnò la strada. Impossessatosi delle mele d'oro le portò a Euristeo il quale, sapendo di non poterle conservare in nessun luogo perche erano proprietà degli dei, le offrì ad Atena, che le riportò nel giardino delle Esperidi.

La dodicesima fatica di Eracle fu l'ultimo tentativo di Euristeo per mandare a morte l'Eroe. Gli ordinò di catturare Cerbero, il cane con tre teste, custode dell'Oltretomba. Eracle dovette superare enormi difficoltà per giungere nel regno dei Morti, dove regnava il dio Ades. Giunto davanti al trono del re dell'lnferno, l'Eroe ottenne da lui il permesso di condurre con se il cane, a patto di non far uso delle armi. Eracle strinse alla gola il mostro finche esso si arrese e si lasciò incatenare. Poi lo trascinò, schiumante di rabbia, con serpenti sibilanti sul ventre irsuto e occhi che sprizzavano scintille, a Micene. Era la prova della sua ultima fatica per il nemico Euristeo.

 Giasone e gli Argonauti

La spedizione degli Argonauti, esaltata dai poeti, è il racconto leggendario delle primitive scoperte dei marinai greci. Protagonisti con loro: una nave; i quattro elementi: mare, vento, folgore o fuoco del cielo, rocce; e il mondo invisibile. Determinanti per l'impresa: la passione per l'ignoto, ovvero l'ardente desiderio di conoscere. Il pretesto: la conquista del vello d'oro, un favoloso tesoro che si trovava in terra lontana.

Narra la leggenda che in un tempo remoto Esone, re di lolco in Tessaglia, fu detronizzato dal fratellastro Pelia e mandato in esilio con il figlio Giasone. Quest'ultimo venne poi affidato dal padre a Chirone, saggio e sapiente centauro, che lo allevò e lo istruì, tenendolo nascosto nella sua grotta segreta per sottrarlo alle insidie del nuovo re. All'età di vent'anni, Giasone tornò a lolco per rivendicare il trono pater- no. Quando vi giunse aveva un aspetto bizzarro: era armato di due lance e ricoperto da una pelle di pantera; i capelli, mai tagliati, gli scendevano fiammanti sulle spalle; portava un sandalo solo, avendo perso l'altro mentre aiutava una vecchia a attraversare un torrente impetuoso.

Nel vederlo, il re Pelia venne preso dal terrore, rammentando una predizione che lo aveva avvertito di guardarsi dal visitatore che indossava un solo sandalo. Quando Giasone gli disse che intendeva riavere indietro il trono, l'astuto Pelia, dissimulando la paura, non glielo rifiutò ma, per restituirglielo, pretese in cambio il vello d'oro, sperando che il nipote, per conquistarlo, sarebbe perito nel lungo viaggio.

Il vello d'oro ci ricollega alla storia fantastica di Frisso e di sua sorella Elle, figli di Atamante, re di Beozia. I due, per sfuggire all'odio della loro matrigna che li voleva morti, montarono in groppa a Crisomallo, un ariete col vello tutto d'oro, inviato loro in aiuto dagli dei. Il prodigioso animale li trasportò dalla Beozia fin nella lontana Colchide, sul Mar Nero. Frisso si teneva saldamente attaccato alle corna della cavalcatura, Elle stava aggrappata alla cintura del fratello ma, meno abile di lui, ebbe il torto di guardare in basso nel momento in cui l'ariete sorvolava lo stretto che separa la Grecia dall'Asia minore: colpita da vertigine lasciò la presa e cadde tra i flutti, che la inghiottirono immediatamente. Quel mare, che oggi si chiama Dardanelli, nell'antichità fu detto Ellesponto, o mare di Elle. Così soltanto Frisso, sulla cavalcatura scintillante, era riuscito ad arrivare nella Colchide, dove sacrificò l'ariete a Zeus e ne appese il vello d'oro in un bosco sacro ad Ares, dio della guerra.

Giasone sapeva che per raggiungere la Colchide bisognava attraversare un mare più feroce di una tigre, con tempeste e correnti impetuose, insidiose scogliere contro cui le navi potevano sfracellarsi; dove s'incontravano esseri selvatici che annientavano i naviganti, ma era nel pieno delle forze ed aspirava a lanciarsi in una bella avventura. Era un eroe, insomma, e perciò accettò la proposta di Pelia.

Alla spedizione presero parte uomini valorosi di tutta la Grecia; molti di essi erano figli di dei, o potevano comunque vantare discendenza divina. Fra loro c'erano anche Eracle, Castore e Polluce, il mago Mopso e il cantore Orfeo. Con l'aiuto della dea Atena venne rapidamente costruita la nave, che dal nome del suo costruttore, Argos, fu chiamata Argo, che significa la Rapida. Aveva cinquanta remi, tanti quanti erano i valorosi riunitisi per l'impresa, e che da allora furono chiamati Argonauti.

Alzarono la vela sotto i migliori auspici, ma ben presto un temporale li obbligò ad approdare all'isola di Lemno, abitata solo da donne ostili verso gli uomini: avevano infatti sterminato tutti i maschi dell'isola. Guidate dalla regina Ipsipile, corsero armate verso la costa: volevano impedire agli Argonauti di scendere, ma Giasone riuscì a trovare un accordo.

Questa fu soltanto la prima delle molte peripezie che gli eroi affrontarono.

L 'indovino cieco

Fineo era un indovino cieco. Si diceva che la cecità e la vecchiaia gli fossero state inflitte da Zeus perche egli aveva svelato agli uomini il futuro. Come se ciò non bastasse, Fineo era perseguitato dalle Arpie, tre esseri mostruosi con testa e braccia femminili, il corpo d'uccello, armate di artigli aguzzi. Ogni volta che il poveretto si accingeva a mangiare, le Arpie arrivavano stridendo e gli carpivano il cibo dalla bocca e dalle mani, spandendo sul poco che gli lasciavano un puzzo orribile e insopportabile. Così Fineo, costretto a digiunare, giaceva nel suo palazzo con le guance infossate come un cadavere. Nella sua cecità però, presenti va l'avvicinarsi degli Eroi e sapeva che essi gli avrebbero ridato il godimento del cibo. Quando l' Argo, sballottata dalla tempesta, dovette cercare rifugio sulla costa della Tracia, Fineo riprese fiato, si alzò dal giaciglio e con le membra che gli tremavano per la debolezza e per l'età, andò incontro agli Eroi. Dietro sua richiesta, gli Argonauti lo liberarono dalle Arpie ed egli contraccambiò il favore rivelando loro i rischi cui andavano incontro e il modo per superarli.

Ripresa la navigazione, la nave Argo dovette affrontare un terribile pericolo costituito da due scogli, due alti, enormi blocchi di pietra che batteva- no continuamente l'un contro l'altro, provocando uno spaventoso fragore e ostacolando il passaggio.

Seguendo il consiglio di Fineo, gli Argonauti avevano portato con se una colomba; la fecero volare dritta in direzione delle terribili rocce che si chiusero violentemente al suo passaggio, strappandole una piuma dalla coda. Subito dopo, mentre le rocce si riaprivano per poi richiudersi nuovamente, gli Argonauti fecero forza sui remi e la nave Argo, come una freccia, passò nel turbine delle acque fra i due massi, aiutata anche dalla dea Atena, che la spingeva da poppa.

Gli Eroi superarono altre insidie e conobbero strane genti, tra cui i Mossinichi, che facevano apertamente ciò che presso gli altri popoli si fa in privato e facevano di nascosto ciò che, presso gli altri, si fa apertamente. Nei pressi dell'isola di Ares conobbero gli uccelli della morte. Erano gli uccelli del lago Stinfalo, cacciati dalla Grecia da Eracle, che si erano stabiliti in quell'isola. Colpirono gli Eroi lasciando cadere su di essi le loro penne taglienti. Allora gli Argonauti si divisero in modo tale che soltanto una metà di essi continuò a remare, mentre l'altra metà formava con gli scudi una specie di tetto sopra la nave, e faceva con le armi un tal baccano che gli uccelli della morte ne furono spaventati e fuggiro- no.

Dopo aver passato i Dardanelli, il Bosforo e viaggiato a lungo per le ignote coste del mar Nero, gli intrepidi naviganti giunsero finalmente in Colchide e risalirono la corrente del fiume Fasi, sino al bosco dove Frisso aveva sacrificato l'ariete.

Governava quel paese Eete, che aveva posto a guardia del vello d'oro un serpente gigantesco e insonne. Nessuno poteva avvicinarsi al luogo dov'era appeso il prezioso trofeo. Infatti, non appena l' Argo giunse nei pressi del bosco, il serpente sibilò in segno di ammonimento. Allora Giasone si presentò al re Eete e gli chiese il vello. Eete gli rispose che era pronto a soddisfare la sua richiesta a patto che fosse riuscito ad aggiogare due feroci tori dai piedi e dal muso di bronzo, che soffiavano fuoco dalle narici. Con essi avrebbe dovuto poi dissodare un tratto di campo e seminare nei solchi i denti di un dra~o, dai qual i sarebbero nati guerrieri armati che egl i avrebbe dovuto uccidere. Evidentemente il re sperava nella morte di Giasone. L'impresa appariva infatti temera- ria, addirittura impossibile, ma l'Eroe vi riuscì perche ebbe l'aiuto di Medea, figlia del re, che nel veder\osi era innamorata di lui.

Medea la maga

Medea, figlia del re Eete e nipote del Sole, era sacerdotessa di Ecate, la dea notturna che Rovernava l'entrata degli Inferi e non disdegnava di proteggere i terribili sortilegi delle streghe. Medea era dunque espertissima nelle arti magiche, ma a sua volta rimase incantata da Giasone e se ne innamorò. Dopo aver notato il giovane attraverso il velo d'argento che la avvolgeva, gli parlò la prima volta nel tempio di Ecate e, dopo essersi fatta promettere da lui che l'avrebbe sposata, gli diede un unguento magico affinche fosse protetto dal fuoco dei tori. Giasone se ne spalmò le membra. pote così obbligare i terribili animali a subire il giogo, e tracciò i solchi. Poi seminò i denti del drago, e così nacquero i giganteschi guerrieri. L'Eroe, seguendo ancora il suggerimento di Medea, si nascose e scagliò una grossa pietra contro uno di essi, il quale accusò un compagno di averlo colpito. Ebbe inizio così una zuffa che in breve degenerò in battaglia: tutti gli uomini nati dai denti del drago cominciarono a uccidersi a vicenda; il resto fu compiuto da Giasone con i suoi Argonauti.

A questo punto il re Eete avrebbe dovuto, secondo i patti, consegnare il vello all'Eroe, ma siccome era malvagio e voleva annientare gli Argonauti, decise di incendiare la loro nave. Nel frattempo, però, Medea aveva ridotto all'impotenza il terribile custode del tesoro: aveva immerso un ramo di ginepro appena tagliato in un liquido magico e cantando dolcemente aveva spruzzato gli occhi del serpente, che si era addormentato. Giasone pote finalmente impadronirsi del vello d'oro. Gli Argonauti fuggirono, e con loro Medea. La maga li aiutò ancora una volta, ritardando l'inseguimento di Eete e dei Colchidi. Lo splendore del vello d'oro illuminò le nozze fra Giasone e Medea, che avvennero in una caverna dell'isola di Macride (l'attuale Corfù).

Sulla rotta del ritorno, gli Eroi incontrarono l'isola delle Sirene. Queste creature, che avevano una voce melodiosa, attiravano con i loro canti i marinai facendoli naufragare sulla scogliera.

Non riuscirono però ad attrarre gli Argonauti per- che Orfeo, accompagnandosi con la lira, coprì la voce del loro canto pericoloso con un'allegra canzo- ne. Erano ancora molto lontani dalla patria. Tempeste folli che durarono 9 giorni li fecero uscir di rotta e gettarono la nave Argo sulle coste della Libia. Dovet- tero caricarsi la nave sul dorso e portarla per 12 giorni e 12 notti attraverso i I deserto, soffrendo i l tormento della sete, finche, trovato nuovamente il mare, risospinsero in acqua la nave Argo.

A Creta poterono sbarcare soltanto con l'aiuto di Medea. Lì c'era Talos, il gigante di bronzo, che girava ogni giorno per tre volte intorno all'isola impedendo a chiunque di approdarvi.

Con il suo sguardo magnetico, Medea lo stregò: inavvertitamente egli urtò con la caviglia contro una pietra acuminata, ferendosi una vena che era il suo punto vulnerabile, e crollò, sanguinante e con gran fracasso, al suolo. Finalmente, dopo tanto peregrinare, nel cuore della notte gli Argonauti si avvicinarono alle isole greche. Quando Giasone arrivò a lolco con i suoi compagni, suo padre era ormai talmente vecchio che non pote partecipare alla gran festa con la quale il popolo accolse gli eroi. Allora Medea mostrò la potenza della sua arte magica, facendolo ringiovanire, così come, affermano i narratori, più tardi farà ringiovanire anche Giasone. Malgrado gli accordi, Pelia non volle restituire il regno a Giasone, e Medea si vendicò atrocemente. Anche Pelia era molto vecchio e le sue figlie, per ringiovanirlo, ricorsero a Medea. «Insegnaci le tue arti magiche, affinche possiamo ringiovanire nostro padre».

La maga acconsentì, ma le ingannò. Squartò un vecchio ariete, cucinò i pezzi in un calderone e poi, con un trucco diabolico, fece sorgere dal recipiente un agnello. «Così accadrà anche a vostro padre se farete con lui ciò che io ho fatto con l'ariete» disse. E le figlie del re si lasciarono ingannare. Tagliarono a pezzi e cucinarono il padre, che non ritornò in vita mai più.

In seguito a questo delitto per vendetta, Giasone lasciò il regno di lolco ad Acasto, figlio di Pelia, e andò con Medea a Corinto. Lì giunto, collocò la nave Argo in un bosco sacro a Poseidone, dio del mare.

La città di Corinto era strettamente legata al Sole: i Corinzi veneravano in lui il più alto fra tutti gli dei. in quel luogo, Medea, nipote del Sole, era regina e poteva condividere il governo col marito. Nel frat- tempo ebbero due figli. Dopo dieci anni Giasone si stancò d'avere una moglie maga e ripudiò Medea per sposare una giovane principessa. Medea, offesa nel suo amore e nella sua dignità di regina e di moglie, chiamò in soccorso tutte le Furie ed escogitò una vendetta, a dir poco orribile. Scaltramente chiese a Giasone il favore di poter mandare dei doni alla sposa e, avuto il consenso, inviò una veste stregata, al contatto della quale la giovane sposa arse viva. Medea assassinò poi i propri figli affinche Giasone fosse ancor più gravemente colpito. Compiuti gli efferati delitti, Medea fuggì ad Atene su un carro tirato dal demone della pazzia.

Giasone, annientato, andò nel bosco sacro a Poseione, si distese all'ombra della nave Argo, divenuta ormai fradicia, e fu colpito da una delle sue travi.

C'è chi dice, però, che la nave Argo fu tramutata in i stella dalla dea Atena. La nave di Giasone brilla ) dunque nel firmamento, mentre il ricordo del viaggio degli Argonauti continua a vivere nel cuore degli uomini.

Il mito di Teseo

Teseo, il mitico eroe che gli Ateniesi celebravano come vero fondatore del loro stato, ebbe come padre divino Poseidone, dio del mare. Padre terreno invece fu Egeo, re della città di Atene, il quale, come vedremo, ebbe a che fare con quel mare che da lui prese il nome.

Non avendo avuto figli, Egeo si recò a Delfi per interrogare l'oracolo. Il responso non gli fu chiaro. Allora decise, prima di tornare in patria, di recarsi dal saggio Pitteo, signore della città di Trezene, per chiedergli consiglio.

Conobbe così Etra, la figlia di Pitteo, e da lei ebbe un maschio che fu chiamato Teseo. Egeo affidò il bambino alla giovane madre e al nonno, ma prima di ripartire nascose la sua spada e i suoi calzari sotto un masso e ordinò che, se il figlio fosse diventato così forte da poter sollevare la pietra, avrebbe dovuto prendere la spada e i san dal i e andare con essi ad Atene; da questi oggetti egli lo avrebbe riconosciuto. Così Teseo crebbe a Trezene. All'età di sedici anni sollevò la famosa pietra e, presi i segni di riconoscimento, si incamminò verso la città di suo padre. Per giungervi doveva attraversare l' Attica, una regione dove imperversavano tipi malvagi e sanguinari. Ma il giovane Eroe dai capelli biondo-rossi e dagli occhi di brace era disposto a lottare. Lo dimostrò quando si imbatte in un certo Perifete, un furfante che aveva ricevuto la sua clava di ferro dal padre, dal quale aveva ereditato anche i piedi deboli. Egli aveva l'abitudine di stare in agguato dei passanti e di colpirli a morte con la clava per derubarli. Teseo lo disarmò e 10 colpì con la sua stessa clava, applicando la regola dell'occhio per occhio, dente per dente.

Infliggere ai malvagi lo stesso male che essi avevano inflitto agli altri divenne una specialità di Teseo.

Nei dintorni della città di Corinto incontrò il ladrone Sini, soprannominato 'il piegatore di pini'. Il manigoldo, dopo aver derubato gli stranieri, li legava alle cime di due pini che aveva piegato fin quasi a toccare terra, poi lasciava andare gl i alberi che, tornando di scatto nella primitiva posizione, squartavano le vittime. Sebbene Sini fosse dotato di forza straordinaria, Teseo lo catturò e gli inflisse quella stessa morte. Poco dopo, sempre in territorio corinzio, uccise un cinghiale ferocissimo che infestava il bosco di Crommione. Ripreso il cammino, dovette attraversare il territorio di Megara. Qui, Teseo, giunse nel punto più pericoloso della strada che portava ad Atene. Nei tempi più antichi, quella era una strada mulattiera. Da un lato si ergevano ripide pareti rocciose, dall'altro il terreno scendeva a precipizio nel mare dove nuotava una testuggine infernale che divorava gli uomini. Scirone, signore del luogo, stava appostato su una roccia e obbligava i passanti, come se dovessero pagare un pedaggio, a lavargli i piedi. Ma appena essi erano chini li colpiva con un calcio, mandandoli a finire nel mare, in pasto alla testuggine. Con Teseo però si invertirono le parti: l'Eroe lanciò la bacinella del pediluvio in testa a Scirone e gli assestò una tale pedata da mandarlo dritto a subire la stessa sorte delle sue vittime. Ancor oggi, in quel luogo, vi sono degli scogli chiamati Scironi; si dice siano le ossa del malvagio signore di Megara, .pietrificate dal tempo. Ma torniamo a Teseo.

Nei dintorni della città di Eleusi dovette vedersela con Cercione, un predone gigantesco che obbligava i vi andanti a lottare e nella lotta li uccideva. Nello scontro, l'Eroe scaraventò il gigante contro il suolo con tale forza che lo fracassò. Poi fu la volta di Damaste, più noto col nome di Procuste. Lo scellera- to, dopo aver derubato coloro che incontrava nei boschi, li costringeva a sdraiarsi su di un letto dove li uccideva tirando le loro membra se erano più corte del letto, o tagliandole se più lunghe. Teseo fece la medesima cosa con lui, dopo di che, secondo i riti, si purificò le mani e poi raggiunse Atene per la Via Sacra.

La fama che lo aveva preceduto era grande e tanto maggiore fu la gioia di Egeo nel riconoscere in lui il figlio. Il vecchio re cercò in ogni modo di impedirgli di esporsi al pericolo di nuove avventure, ma Teseo, forte e indomito, una mattina presto lasciò di nascosto il palazzo di suo padre e andò a catturare il selvatico toro di Maratona che imperversava nella pianura, lo portò ad Atene e lo sacrificò ad Apollo.

Ma lo aspettava la lotta contro un toro ben più pericoloso, quello che abitava nel labirinto della città di Cnosso, nell'isola di Creta.

A Creta regnava Minasse il cui figlio, Androgeo, venuto un giorno ad Atene, vi aveva trovato la morte. Chi diceva fosse stato colpito a tradimento dagli Ateniesi e chi che fosse caduto vittima, come altri prima di lui, del toro di Maratona, che sarebbe poi stato catturato da Teseo. Fatto sta che la morte di Androgeo doveva portar sfortuna agli Ateniesi. Per vendicare la morte del figlio, Minasse aveva diretto la sua flotta contro Atene. Favorito dal fatto che i l popolo in quel momento era colpito dalla peste e dalla carestia, aveva vinto gli Ateniesi e imposto loro di pagare un terribile tributo: da allora, ogni nove anni, essi dovevano mandare a Creta sette giovani e sette ragazze che venivano sacrificati al Minotauro, un mostro con corpo umano e testa e collo di toro. Il dio Poseidone lo aveva mandato a Minasse, come punizione per averlo trascurato nei sacrifici. Minasse aveva nascosto il terribile mostro in una prigione con molti meandri detta labirinto, opera dell'ateniese Dedalo e lo nutriva con carne umana.

Il filo di Arianna

Per la terza volta la nave che avrebbe intrapreso il viaggio a Cnosso aveva le vele nere in segno di lutto, per la terza volta bisognava pagare l'infame tributo. Risoluto a liberare i concittadini da tale tragedia, Teseo decise quella che divenne la più famosa delle sue imprese: l'uccisione del Minotauro. Suo padre

Il Egeo, preoccupatissimo, cercò di dissuaderlo, ma a l'Eroe lo rassicurò.

«Non temere. Sono certo di vincere perche gli dei ù mi proteggono».

à «Ebbene, prendi queste vele bianche» disse allora Egeo, «se ritornerai vittorioso issale, così che io possa sapere prima il felice esito dell'impresa». Teseo fu sempre ritenuto, non si sa se a torto o a ;li ragione, un gran seduttore di ragazze. Fatto sta che, Lri giunto a Cnosso, conquistò il cuore di Arianna, la figlia del re. Il mito non ci narra come ciò accadde; probabilmente vi fu l'intervento di Afrodite, la dea dell'amore, tanto che la faccenda fece scalpore anche fra gli dei perche Arianna era già stata promes- sa a Dioniso, dio del vino e del piacere. Arianna dunque, per amore, aiutò l'Eroe nella sua impresa. Introdursi nel labirinto era il meno; il difficile era uscirne, perche bisognava saper riprendere la stessa strada percorsa nell' entrare, cosa che nessuno era mai riuscito a fare. Ma l'astuta Arianna fece a Teseo un dono semplicissimo che doveva assicurargli la salvezza: un gomitolo di filo, di cui lei teneva saldamente un capo. Arianna gli raccomandò di non lasciarselo sfuggire dalle mani e Teseo, inoltrandosi nel labirinto, a mano a mano lo srotolò, lasciando dietro di se la traccia che lo avrebbe ricondotto all'uscita. Il Minotauro dormiva al centro della prigio- ne; Teseo lo raggiunse e 10 trafisse a morte. C'è anche chi racconta che l'Eroe, nell'affrontare il mostro, non avesse usato alcuna arma, ma l'avesse colpito con pugni e poi strozzato. Grazie al filo, Teseo ritornò vittorioso all'aperto, salì con Arianna sulla nave che doveva condurli sposi felici, ad Atene; imbarcò pure i giovani e le fanciulle che egli, col suo coraggio, aveva sottratto alla morte e prese poi il largo. Durante la notte, in una breve sosta sull'isola di Nasso, apparvero a Teseo due divinità, Dioniso e Pallade Atena, che lo persuasero a continuare il viaggio senza Arianna. Inutilmente Teseo brandì la spada contro Dioniso: il dio lo costrinse a salire sulla nave e a lasciare l'isola mentre Arianna era immersa nel sonno. Poco dopo Dioniso svegliò la ragazza addormentata, la fece sua sposa e la condusse con se nell'Olimpo. Come dono di nozze le regalò una corona di stelle, la stessa che col nome di corona di Arianna brilla nel cielo, fra le costellazioni.

Frattanto Teseo, non si sa se nella gioia di aver portato a termine l'impresa contro il Minotauro o nel dolore per la perdita di Arianna, dimenticò di sosti- tuire le vele bianche a quelle nere con cui era partito.

Quando il vecchio re vide dall'acropoli la nave che avanzava, credendo il figlio vinto e ucciso, non resse al dolore e si gettò dalla rupe nel tratto di mare che da lui prese il nome di Egeo.

Divenuto re di Atene, l'Eroe istituì le feste in onore di Dioniso e Arianna per celebrare la sua vittoria, poi si dedicò per alcuni anni agli affari di governo, apportando sagge riforme in ogni campo e ammini- strando la giustizia con equità. La sua azione più famosa fu la riunione delle varie borgate dell' Attica nello stato di Atene, del quale venne considerato il vero fondatore e, come tale, venerato.

Ma Teseo aveva ancora davanti a se una lunga vita. Dopo aver costituito lo stato di Atene venne ripreso dal suo spirito avventuroso. Secondo i narratori delle sue gesta, egli partecipò a quasi tutte le imprese comuni agli eroi del suo tempo (tra gli altri Eracle e Piritoo, re dei Lapiti), tanto che si formò il detto: 'Non senza Teseo' .

Icaro

Tra le molte leggende legate al labirinto vi è quella del suo costrutto re Dedalo.

Minosse, re di Creta, convinto che Dedalo avesse aiutato Teseo a entrare nel labirinto per uccidere il Minotauro, lo punì rinchiudendolo nella stessa pri- gione, insieme col figlio Icaro. Non potendo evadere in altro modo, l'ingegnoso Dedalo decise di fuggire in volo: raccolse pazientemente molte penne d'aquila, che gli uccelli lasciavano cadere sorvolando il labirinto, e con esse fabbricò due paia d'ali che poi adattò con la cera al proprio corpo e a quello del figlio, raccomandando a quest'ultimo di non avvicinarsi troppo al sole per evitare il liquefarsi della cera. Icaro non tenne conto dell'avvertimento paterno: eccitato dal volo cominciò a salire in alto, sempre più in alto, finche accadde l'inevitabile: la cera si sciolse, le ali si staccarono e Icaro cadde nel mare e annegò.

Le penne d'aquila, sparpagliatesi fra le onde, si trasformarono in isole di varia grandezza. Venne dato loro il nome di Sporadi, che in lingua greca significa sparpagliate.

 

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